“Né Caino né Abele” by Loredana Longo

Curated by Rebecca Olsen

THE EXHIBITION:

“The problem with the Eichmann case was that there were many men like him, and many of them were neither perverted nor sadistic,
but they were, and still are, terribly normal ”
Hannah Arendt – The Banality of Evil

Being a part of the fringes of history we are forced to observe it from an ambiguous point of view: from the border of which, as people conditioned with our present time, we are forced to follow it while history itself takes on the shape of a mirror. The reflection which one sees is the picture of a complex humanity that speaks of both a collective and individual event – where each part is related to the others in a chain which excludes the possibility of abstaining, or to give one’s own responsibility to others regarding his or her own actions. It is a unique human characteristic, and the variety of all its branches should be regarded as an accidental factor that only under certain circumstances allows one to realize if their conduct is criminal or not.

All of Loredana Longo’s recent research reflects the paradox of this perpetual lack of identification, an apology for the "banality of evil”. In both the last century and even in the present we have become aware of this situation, but it still remains a tragic taboo of powerful societies (more willing to misinterpret than to attempt to understand the radical nature of Arendt’s thought). It is not evil that is banal, but rather how it manifests itself in people who appear quite normal, persuaded to act on their own, that is so disconcerting. Works such as The Circle and Carpet bring into play the rhetoric of power (which tragically is as much without meaning as it is steeped in assertiveness) and bring to the fore the compulsion towards barbarism that power gives to anyone who is a willing accomplice. The written word, language itself (except when used as a way to evoke memory), the complaint, a testimony, the reconstruction of an event, is emptied of meaning in the propaganda and slogans launched to aggregate communities around mirages of supremacy and consolation.

In all the work Longo has produced in recent years she consistently ritualizes mechanisms of the rise and fall pertaining to the consensus which tyrants use on the masses. She divests such strategies until they are rendered vain, and highlights the common origin of anyone wearing the cloak of power and domination.

Bearing this in mind it is intriguing to think of the metamorphosis that takes place in The Animal Farm. Pigs take on the appearance of their same torturers – the artist, however, does not negate her own individualized position. Loredana Longo assimilates this ruthlessness by forcing the oval of her face to resemble the lineaments of dictators and men of power who have committed genocide as well as other protagonists of the disasters of war perpetrated over the past hundred years. The resemblance of some of the tyrant’s physical facial features with the artist is surprisingly similar and emphasizes the total predominance of male figures in the game of power, where the "reduction" in size of the female face by the executioners alludes to another, parallel history of oppression.

Longo also depicts the occurrence of another mechanism, which is a consequence of circularity, which is best described as ‘cause’ and ‘foundation’: the antagonism between equals, the tension towards competitive behaviors that result in a struggle for life (or in death of the other). The kind of deaf force produced by this continuous friction can be measured by the same standard that defines a double portrait. And while the fascination with the mechanical nature necessary for evil, summarized in Longo’s sculpture, in the form of bronze and marble monuments, seems to give off the impression that they will outlive the lives of normal people. The question about the inevitability of all of this remains suspended.

As always the art of Loredana Longo takes on every kind of artistic language and is not intended to state or proclaim the infallible truth. The contradictions in the world are there, knotted in on themselves, revealed in some of their forms from the light of art that contemporaneously imposes itself on the same plane as history. But it has a winged appearance that seems to reach higher than the boundary of necessity – at times able to catch a glimpse and even foreshadow a condition of hope.

Pietro Gaglianò

“Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti
e che questi tanti non erano né perversi né sadici,
bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”
Hannah Arendt – La banalità del male

Essendone parte periferica siamo costretti a osservare la Storia da un punto di vista ambiguo: dal bordo sul quale, condizionati al presente, ci troviamo a percorrerla mentre lei va assumendo la sua forma di specchio. Il riflesso che vi si scorge rimanda l’immagine di una complessa umanità che narra contestualmente una vicenda collettiva e individuale – ogni parte di essa ha a che fare con tutte le altre, in una concatenazione che esclude la possibilità di astenersi, o di rimettere ad altri la responsabilità di come si agisce. È un’unica natura quella umana, e la varietà di tutte le sue articolazioni deve essere considerata come un fattore accidentale che solo sotto determinate circostanze consente di rendersi conto se la propria condotta è criminale oppure no.

Tutta la recente ricerca di Loredana Longo riflette sul paradosso di questa perpetuamente mancata identificazione, una apologia della “banalità del male”, che il secolo scorso e il presente hanno messo allo scoperto ma che rimane ancora un tragico tabù delle società del potere (più disposte ad equivocare che a comprendere la radicalità del pensiero della Arendt). Non è il male a essere banale, è il suo manifestarsi attraverso persone del tutto comuni, persuase di agire nel proprio diritto, a essere sconcertante. Lavori come The Circle e Carpet mettono in gioco la retorica del potere (che è tragicamente povera di senso tanto quanto è intrisa di assertività) e portano in primo piano la coazione all’imbarbarimento che il potere conferisce a chiunque se ne impadronisca. La parola, la lingua stessa, salvifica se usata come strada per la memoria, la denuncia, la testimonianza, la ricostruzione, viene svuotata di senso nella propaganda e negli slogan lanciati per aggregare le collettività attorno a miraggi di supremazia e consolazione.

Coerentemente, in tutto il lavoro prodotto in questi ultimi anni Longo ritualizza i meccanismi di ascesa e caduta del consenso che i tiranni assumono presso le masse, ne scarnifica le strategie fino a renderle vane, ed evidenzia la comune provenienza di chiunque indossi i paramenti del dominio.

A questa circolarità, al compimento ennesimo della metamorfosi attorno alla tavola della Fattoria degli Animali, dove i suini prendono le sembianze degli stessi aguzzini che hanno spodestato, l‘artista non sottrae nemmeno la propria posizione individuale. Loredana Longo rende la sua parte alla spietatezza di questo avvicendamento costringendo nell’ovale del suo viso i lineamenti di dittatori e genocidi e altri protagonisti degli ultimi sanguinari cento anni. La coincidenza di alcuni tratti dei tiranni con quelli dell’artista, sorprendentemente simili e visibili in questa sovrapposizione, pone l’accento sulla totale predominanza di figure maschili nel gioco del potere, dove la “riduzione” alla dimensione femminile delle fisionomie dei carnefici allude a un’altra, parallela, storia di sopraffazione.

Longo mette in scena anche il prodursi di un altro meccanismo, che della circolarità è conseguenza, causa e fondamento: l’antagonismo tra pari, la tensione verso comportamenti competitivi che si traducono in un lotta per la vita (o per la morte dell’altro). La forza sorda prodotta in questa continua frizione è misurabile con lo stesso metro che definisce i doppi ritratti. E mentre la fascinazione per una meccanicità quasi necessaria del male, sintetizzata nella scultura, con la superficie del bronzo e del marmo in forma di monumento, sembra destinata a durare oltre le esistenze dei singoli, rimane sospeso l’interrogativo sull’effettiva inevitabilità di tutto questo.
Come sempre l’arte, e quella di Loredana Longo da anni lo fa tentando ogni dimensione linguistica, non intende enunciare proclami o dichiarare verità infallibili. Le contraddizioni del mondo sono lì, annodate su se stesse, rivelate in alcune loro forme dalla luce dell’arte che si pone contemporaneamente sullo stesso piano della Storia, ma ha uno sguardo alato, più alto rispetto a quel confine della necessità. A volte capace di intravedere, e lasciare presagire, condizioni di speranza.

Pietro Gaglianò

THE ARTIST:

Loredana Longo, nata a Catania nel 1967, dove vive e lavora, al momento risiede alla Filanda a Pieve a Presciano (Ar). Tra le principali e recenti mostre personali: 2014- My Own War, GAM, Palermo /2013- Place/ No Place, Bad New Business Gallery, Milano/ 2011-Demolition#1 squatter, Assab one, Milano/ Neither here nor there, Temporary Museum e Francesco Pantaleone, Palermo/ 2010- Cages, Artecontemporanea Bruxelles. Ricordiamo la partecipazione: Post Fata Resurgo, MIC, Faenza/ Un été sicilien, Chateau de Nyon, Nyon/ Sesso and Design, Triennale Design Museum, Milano/ Premio Maretti, Pan, Napoli/ Violence, XV Biennale Donna, PAC, Ferrara/ Secret Gardens, Tent, Rotterdam/ Wunsch und Ordnung, Ausstelungsraum Klingental, Basilea/ Collezione Permanente, Museo Riso d’arte contemporanea, Palermo/ AIM, International Biennale, Marrakech, Marocco/ Innmotion 2009, CCCB, Barcellona / Senales Rojas, Istituto Latino Americano, Roma/ Tina B., The Prague Contemporary Art Festival, Praga/ Abracadabra, Italian Institute of Culture, Madrid/ Gemine Muse International, Benaki Museum, Atene/ XIV Quadriennale, Palazzo Reale, Napoli, (I)/ Echigo Tsumari Art Triennal, Tokio.

EXHIBITION DETAILS:

OPENING:

April 30, h. 6.30 pm

DATES:

April 30 - May 15, 2015
mon-fri 10:00 am – 9:00 pm - free entrance

SPACE:

ADDRESS:

SRISA Gallery of Contemporary Art
Via San Gallo 53/R, 50129, Florence Italy

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